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Il primo strumento ottico usato da persona per osservare il cielo è l'occhio che non ci permette di vedere nebulose e galassie, ma è già un' eccellente strumento in quanto, se ci pensiamo vede stelle distanti da noi migliaia di anni luce.

Telescopio

Lo strumento ottico astronomico per eccellenza è il telescopio utilizzato per l'osservazione di oggetti molto lontani. Si distingue tra telescopi rifrattori, in cui l'obiettivo è costituito da un gruppo di lenti, e telescopi riflettori, in cui l'obiettivo è rappresentato da un specchi. Per uso professionale, cioè per i grandi osservatori astronomici, per i quali sono richiesti obiettivi di grande apertura, non si costruiscono telescopi rifrattori sin dai primi decenni del sec. XX. Piccoli telescopi rifrattori (detti cercatori), di ridotto ingrandimento, ma di grande campo, sono usati con l'asse parallelo a quello del telescopio maggiore per rendere rapido il puntamento di quest'ultimo.

Caratteristiche dei telescopi

Le caratteristiche ottiche dei telescopi riflettori sono definite allo stesso modo di quelle del telescopio rifrattore. È detta apertura dell'obiettivo il diametro D dello specchio; la focale, f', è la distanza dal vertice dello specchio alla quale si formano le immagini; l'apertura numerica, f'/D, è il rapporto tra l'apertura e la focale; le dimensioni dell'immagine data dallo specchio si ottengono moltiplicando le dimensioni angolari dell'oggetto per la focale dello specchio; l'ingrandimento visuale, Iv, è dato dal rapporto tra la focale dello specchio, f' , e la focale dell'oculare, F'oc, con il quale si osserva l'immagine data dallo specchio; l'ingrandimento di un telescopio dipende quindi, oltre che dallo specchio, anche dall'oculare (intercambiabile) usato. Tuttavia il massimo ingrandimento utile è limitato dal potere risolutivo teorico, che dipende esclusivamente dal diametro dello specchio. Il potere risolutivo teorico è definito come il minimo angolo g sotto il quale due oggetti puntiformi possono essere visti ancora distinti attraverso il telescopio: vale la formula =1,22l/D, in cui l è la lunghezza d'onda della radiazione considerata e D è il diametro dello specchio. Misurando il diametro D in millimetri e prendendo una lunghezza d'onda media, si ha la relazione empirica: =120/D, con espresso in secondi. Il potere risolutivo reale è in genere molto peggiore di quello teorico. Per quanto riguarda la capacità di un telescopio di raccogliere luce, per un oggetto esteso l'illuminazione per unità di area dell'immagine data dallo specchio è proporzionale al quadrato dell'apertura numerica f'/D; per oggetti puntiformi, l'energia luminosa raccolta dall'obiettivo si distribuisce sull'area della centrica di diffrazione, e quindi l'illuminazione del disco centrale della centrica è proporzionale all'apertura dell'obiettivo.

Schemi ottici dei telescopi riflettori

Il primo telescopio riflettore fu costruito da Newton sulla base della falsa ipotesi (il cosiddetto "errore di Newton") che non sarebbe mai stato possibile costruire un cannocchiale rifrattore esente dalle aberrazioni cromatiche che davano origine a fastidiosissimi fenomeni di iridazione delle immagini. Il telescopio newtoniano, ancora prodotto per il mercato amatoriale, ha come obiettivo uno specchio concavo metallico che forma un'immagine degli oggetti posti all'infinito (come possono considerarsi gli oggetti astronomici) in corrispondenza del suo piano focale. Poiché uno specchio sferico presenta la cosiddetta aberrazione di sfericità, l'obiettivo, nei telescopi newtoniani, è spesso sostituito da uno specchio parabolico corretto appunto per questa aberrazione per gli oggetti all'infinito. L'immagine fornita dallo specchio sferico, o dallo specchio parabolico, nel suo piano focale viene poi osservata con un oculare che ne fornisce un'immagine ingrandita ulteriormente. Nei telescopi newtoniani i raggi riflessi dallo specchio parabolico (che è lo specchio principale) vengono deviati per mezzo di uno specchio piano, di modo che l'immagine degli oggetti astronomici si forma al di fuori del tubo che sorregge lo specchio principale, in posizione comoda per l'osservazione. È lo specchio principale che determina la qualità dell'immagine. Lo schema ottico del telescopio riflettore più usato non è però quello newtoniano, ma quello del telescopio Cassegrain, in cui lo specchio secondario è convesso e di forma iperbolica. I raggi da esso riflessi vengono focalizzati in un punto dove si forma l'immagine degli oggetti osservati. Si hanno così due fuochi: il primo fuoco è quello fornito dallo specchio principale; il secondo è quello dove convergono i raggi dopo la riflessione sullo specchio iperbolico. I raggi luminosi escono da un foro nello specchio secondario e così l'immagine può essere osservata comodamente con un oculare da dietro tale specchio. Nel telescopio di Monte Palomar (entrato in servizio nel 1948 e per un lungo tempo il più grande telescopio del mondo: 5 m di diametro dello specchio principale) è di questo tipo. In esso l'osservazione può essere fatta al primo fuoco o al fuoco secondario (fuoco Cassegrain). Un terzo sistema ottico di riflettore è quello del telescopio Gregory, che, a differenza del telescopio Cassegrain, fa uso di uno specchio secondario concavo, ellissoidale e non convesso iperbolico. Un quarto schema di telescopio riflettore è quello del telescopio di Herschel; in esso non vi è specchio secondario, ma i raggi vengono deviati verso l'esterno da un'opportuna inclinazione dello specchio. Lo schema herscheliano è però obsoleto. I telescopi con specchi principali parabolici hanno il vantaggio di avere una buona correzione dell'aberrazione sferica assiale, ma lo svantaggio di presentare forti aberrazioni extrassiali. Queste aberrazioni diventano intollerabili anche a piccolissima distanza dall'asse e pertanto le immagini di oggetti molto estesi sarebbero di pessima qualità. La maggior parte dei telescopi costruiti prima degli anni Settanta del sec. XX erano di tipo Cassegrain; per effetto dell'aberrazione di coma, che negli specchi parabolici è fortissima, la massima ampiezza angolare di immagine utilizzabile era di alcuni primi d'arco per il fuoco principale e di una decina di primi per il fuoco Cassegrain. I telescopi Schmidt risolvono questo problema utilizzando uno specchio principale sferico, ma facendo passare la luce attraverso una lamina di vetro (lamina di Schmidt) di forma studiata opportunamente per correggere l'aberrazione di sfericità. Si ha allora un'immagine di grandi dimensioni che si forma sul fuoco dello specchio principale in corrispondenza a una superficie convessa dove viene disposta la lastra fotografica. Con i telescopi Schmidt non è quindi possibile l'osservazione visuale, ma ciò non ha alcuna importanza, in quanto nei grandi telescopi l'osservazione è ormai esclusivamente fotografica o elettronica. Telescopi Schmidt di grandi dimensioni sono installati in diversi osservatori. Da ogni fotografia ottenuta in questo modo si può ottenere un enorme numero di informazioni. Tutti i dettagli dell'ampia zona di cielo fotografata si ricavano automaticamente con apparecchi computerizzati. Lo Schmidt è insostituibile nello studio di oggetti di grandi dimensioni come le nebulose. Su un principio analogo a quello del telescopi Schmidt è basato anche il telescopio di Maksutov, che fa anch'esso uso di una lamina rifrangente di forma opportuna. Fu progettato allo scopo di ottenere un gran campo di visibilità – visuale e/o fotografica – unita a un'economicità superiore a quella dei telescopi Schmidt; infatti, sia lo specchio principale sia la lente correttrice vengono lavorate secondo superfici semplicemente sferiche. Più recentemente è stato introdotto un nuovo sistema ottico, il Ritchey-Chrétien, che nei grandi telescopi ha soppiantato tutti gli schemi precedenti.

Montature dei telescopi riflettori

I telescopi devono poter essere puntati con facilità e in qualunque momento in qualsivoglia punto della volta celeste. Inoltre, per permettere l'osservazione di deboli oggetti celesti, che richiedono esposizioni fotografiche molto lunghe, devono essere dotati di un movimento a orologeria che consenta di seguire gli astri nella loro rotazione apparente con la volta celeste. A questo scopo i telescopi sono dotati di opportune montature che permettono il movimento attorno a due assi tra loro perpendicolari. Le principali montature sono sostanzialmente di due tipi: montature equatoriali e montature altazimutali. Nelle prime, i due assi sono detti asse polare e asse di declinazione: l'asse polare viene diretto parallelamente all'asse terrestre, mentre l'altro, detto asse di declinazione, viene orientato sull'astro in esame. Una volta orientato correttamente l'asse di declinazione, per mantenere l'asse ottico del telescopio puntato sull'oggetto in esame, basta far ruotare il telescopio attorno all'asse polare in verso opposto e con la stessa velocità di rotazione della Terra. Con le montature altazimutali (o azimutali), i telescopi possono ruotare attorno a due assi, uno verticale, con il quale si orienta l'asse ottico del telescopio in azimut, e uno orizzontale, con il quale si orienta l'asse in altezza: questi telescopi hanno quindi bisogno di due movimenti continui per poter seguire le stelle, a differenza dei telescopi con montature equatoriali che ne hanno bisogno di uno solo e molto semplice. Poiché l'osservazione con i grandi telescopi è strumentale, la pesante, complessa e rapidamente sostituibile attrezzatura per l'osservazione deve essere disposta nel piano focale dello strumento. Questa posizione deve quindi essere fissa: i telescopi con montatura equatoriale fanno uso di un sistema di specchi, che, muovendosi in funzione del movimento del telescopio, fanno convergere la luce proveniente da quest'ultimo su un punto fisso della montatura, il cosiddetto fuoco Coudé. Il puntamento di un telescopio con montatura altazimutale risulta molto più complesso del puntamento di un telescopio equatoriale. Per questa ragione, prima degli anni Sessanta del sec. XX, le montature altazimutali erano riservate ai telescopi amatoriali, in quanto non adatti a riprese fotografiche. Lo sviluppo degli elaboratori elettronici ha però reso irrilevante il problema del puntamento e dell'inseguimento che vengono oggi effettuati automaticamente da un elaboratore. La precisione con cui l'elaboratore punta l'astro, dolcemente e velocemente, è dell'ordine di frazioni di secondo d'arco e molto spesso questa imprecisione residua è dovuta a errori delle posizioni stellari riportate sui cataloghi. D'altra parte, le montature equatoriali sono molto più costose di quelle altazimutali e pertanto nei nuovi telescopi sono state praticamente eliminate. Il telescopio sovietico del Caucaso con specchio di 6 m di diametro, entrato in servizio nel 1976, fu il primo a disporre una montatura altazimutale completamente computerizzata. Nelle montature altazimutali le pesanti attrezzature necessarie per l'osservazione vengono fissate a un'estremità dell'asse zenitale e vengono fatte ruotare in azimut assieme al telescopio. Il fuoco corrispondente è detto fuoco Nasmyth. Particolari montature si hanno nei telescopi (o cannocchiali) verticali (o zenitali) usati per la misurazione delle distanze zenitali degli astri in un piano verticale qualunque. Altri telescopi con montatura particolare sono i cannocchiali meridiani, in grado di muoversi unicamente per il piano del meridiano del luogo. I cannocchiali meridiani usati per la determinazione del passaggio di un astro sul meridiano del luogo sono detti strumenti dei passaggi.

I telescopi moderni

Lo sviluppo delle nuove generazioni di telescopi, iniziato a partire dagli anni Sessanta del sec. XX, si è basato, oltre che sulla computerizzazione dei movimenti e sul controllo delle deformazioni delle parti ottiche e meccaniche, anche su due fondamentali progressi della scienza e della tecnologia ottica: lo sviluppo di nuovi schemi ottici, praticamente i primi dai tempi di Newton e la produzione di nuovi materiali per la costruzione degli specchi. Il nuovo schema ottico, il Ritchey-Chrétien, ha una struttura simile al Cassegrain, con la differenza fondamentale che i profili degli specchi principale e secondario non sono coniche (parabola e iperbole), ma curve di ordine superiore studiate in modo da fornire immagini prive di coma nel fuoco secondario (cioè nel corrispondente del fuoco Cassegrain). Nel fuoco principale, però, le aberrazioni addizionali introdotte dalla forma speciale dello specchio principale renderebbero inutilizzabile l'immagine: si usa quindi un sistema ottico correttore di piccole dimensioni posto immediatamente prima del fuoco. Si possono usare correttori anche nel fuoco secondario, ottenendo così immagini prive di aberrazioni di dimensioni comparabili con quelle ottenibili con i telescopi Schmidt. Le dimensioni del campo sono attualmente limitate solo dalla possibilità di maneggiare le corrispondenti lastre fotografiche (anche un metro di lato). L'esperienza effettuata inizialmente con il telescopio Ritchey-Chrétien Mayall di 4 m di Kitt Peak ha permesso di rendere disponibile quest'ottica anche per i piccoli telescopi e addirittura per i telescopi amatoriali. Qualunque miglioramento degli schemi ottici sarebbe però stato inutile se contemporaneamente non si fossero prodotti materiali con cui costruire gli specchi assolutamente insensibili agli sbalzi di temperatura. I primi specchi erano di metallo e quindi cambiavano facilmente di dimensioni per effetto della dilatazione termica. Ovviamente, anche la focale, e quindi l'ingrandimento, cambiava notevolmente e anche imprevedibilmente. Solo nel 1865, con l'invenzione del procedimento chimico di J. von Liebig per metallizzare il vetro, si costruirono i primi specchi di vetro metallizzati. Successivamente, in anni relativamente recenti, gli specchi vennero ricoperti di una sottile pellicola metallica riflettente mediante i procedimenti di evaporazione del metallo sotto vuoto. Per diverso tempo il miglior materiale per la costruzione dei vetri fu il quarzo e il pyrex; attualmente si usano tre tipi di materiali per i quali il coefficiente di dilatazione termica è tanto basso da potersi considerare praticamente nullo: l'ULE (Ultra Low Expansion), il CerVit (Ceramica Vetrificata) e lo Zerodur (con cui sono stati costruiti i 4 specchi da 8,2 m di diametro ciascuno del VLT, il grandissimo telescopio europeo). Questi materiali hanno dimostrato tutta la loro importanza anche nel progetto dei telescopi spaziali.

I telescopi per l'infrarosso

I telescopi per l'astronomia nell'infrarosso si distinguono da quelli ottici per il fatto che focalizzano radiazioni alle quali l'occhio umano non è sensibile, cioè di lunghezza d'onda superiore a 700 nm. Per rivelare queste radiazioni sono necessari dispositivi che funzionano a bassissime temperature, alle quali vengono portati per raffreddamento con azoto liquido. Alle lunghezze d'onda dell'infrarosso alle quali l'atmosfera terrestre è trasparente (dell'ordine di 10.000 nm), l'osservazione è però disturbata dalle radiazioni infrarosse emesse dallo stesso telescopio e dallo stesso cielo notturno. Si usano quindi degli specchi oscillanti che forniscono alternativamente immagini del cielo con la sorgente in esame e immagini del cielo senza di essa. Il sistema di elaborazione sottrae un'immagine all'altra fornendo in uscita la sola immagine dell'oggetto in studio. Uno dei più grandi telescopi all'infrarosso del mondo è il riflettore britannico UKIRT (United Kingdom InfraRed Telescope) di 3,8 m di Mauna Kea (Hawaii). L'Italia possiede un modernissimo telescopio all'infrarosso con specchio secondario oscillante e con specchio principale di 1,50 m installato sulla cima del Gornergrat, sulle Alpi Svizzere. La stazione astronomica, completamente computerizzata, è dotata di un impianto autonomo per la produzione dell'azoto liquido necessario per i rivelatori dell'infrarosso.

I telescopi spaziali

Per quanto la costruzione di telescopi di tipi sempre nuovi sia in pieno sviluppo sulla Terra, le prospettive forse più interessanti sono quelle dei telescopi in orbita attorno al pianeta. Da una parte, infatti, l'atmosfera terrestre taglia gran parte delle radiazioni elettromagnetiche che arrivano dagli oggetti dello spazio, e dall'altra parte, per effetto della turbolenza atmosferica, della scarsa trasparenza dell'aria, ecc., il potere risolutivo reale dei grandi telescopi terrestri è molto al di sotto di quello teorico. Sono stati posti in orbita telescopi per l'infrarosso, per i raggi X, per l'ultravioletto e per i raggi gamma, ma i successi più straordinari sono legati all'attività dell'Hubble Space Telescope (HST), il Telescopio Spaziale Spaziale. Posto in orbita il 12 aprile 1990 a coronamento di un laborioso progetto congiunto NASA-ESA, è stato rinnovato e ampliato in orbita nel 2002, in modo da poter svolgere i suoi compiti almeno sino al 2010.

I telescopi di nuova tecnologia

Le dimensioni raggiunte dagli specchi principali dei telescopi sono probabilmente al limite delle possibilità tecnologiche attuali, anche se sono stati proposti specchi di 25 m di diametro. Il costo di un tale specchio sarebbe però proibitivo. D'altra parte, è oggi possibile raggiungere lo stesso risultato costruendo telescopi con molti specchi agenti congiuntamente. L'alternativa alla costruzione di un unico specchio di 25 m lavorato alla "perfezione ottica" consiste nell'utilizzare una serie di specchi più piccoli e nel mescolare con metodi elettronici la radiazione luminosa proveniente dai diversi specchi. La qualità degli specchi può essere migliorata mediante l'uso di materiali e di strutture speciali (p. es. la fusione dei dischi ottici in paste ceramiche a bassissimi coefficienti termici; l'alleggerimento degli specchi grazie a strutture interne eseguite a nido d'ape; l'adozione di dispositivi interattivi capaci di modificare in tempo reale le superfici ottiche onde adattarle alle variabili condizioni osservative). Questo è quanto appare realizzato nei due telescopi gemelli Keck 1 e Keck 2 installati a 4150 m di quota sul Mauna Kea, Hawaii. Gli strumenti prendono nome dall'ideatore del sistema ottico che lo contraddistingue, W. M. Keck. Lo specchio di ciascun Keck consiste in un mosaico di 36 specchi esagonali (180 cm di diagonale ciascuno) formante un'unica superficie riflettente, a iperboloide concavo, di 982 cm di apertura effettiva, con un rapporto focale f/1,75. Questo potente collettore di luce pesa 14,4 t e raggiunge un rendimento equivalente a quello fornito da quattro specchi tipo Monte Palomar. Il criterio su cui si basa l'ottica principale ripete quello che l'italiano G. Horn d'Arturo aveva sperimentato a Bologna negli anni Quaranta con il suo "specchio a tasselli". Nei telescopi Keck sono state inoltre introdotte le moderne tecnologie di controllo interattivo sulle ottiche. I Keck, che possono funzionare anche congiuntamente, svolgono ricerche nell'infrarosso avvalendosi delle speciali proprietà di trasparenza offerte dal sito. Il problema del miglioramento dell'efficienza di questi veri colossi della moderna tecnologia astronomica è connesso alle condizioni variabili del seeing atmosferico, a causa del quale il fronte d'onda luminoso che incide su ottiche di aperture così cospicue, risulta inevitabilmente distorto nelle sue diverse sezioni. I telescopi NTT (New Technology Telescope) adottano alcuni sistemi correttivi dell'immagine, che sono di tipo attivo e adattattivo. In essi, gli elementi fondamentali sono rappresentati dal sensore d'onda Hartmann e dall'analizzatore interferometrico. Il primo è sostanzialmente costituito da un mosaico deformabile di piccole lenti (o specchi) destinate a fuocheggiare su di una matrice di elementi fotosensibili la luce proveniente da una sorgente di riferimento naturale (stella campione) o artificiale (raggio laser) i cui raggi viaggiano insieme a quelli del campo celeste sotto studio. Le condizioni di fuocheggiamento sulla matrice fotosensibile – diverse da elemento a elemento, a seconda delle fluttuazioni del fronte d'onda incidente – vengono raccolte e memorizzate per ciascun elemento; nel frattempo l'analizzatore (costituito da un sistema di confronto interferometrico) interviene a quantificare l'entità della deflessione locale del fronte d'onda e ad attivare un attuatore che modifica (entro alcuni micrometri) la posizione della corrispondente lente (o specchio) del mosaico adattivo. La capacità d'intervento degli attuatori raggiunge anche le 4000 correzioni al secondo, consentendo in tal modo il ripristino della corretta geometria del fronte dell'onda luminosa in tutte le sue sezioni incidenti e, con la qualità delle immagini raccolte, il raggiungimento di un più elevato rendimento temporale da parte di installazioni assai costose